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“Amateci così come siamo.” L’incontro con Grégoire Ahongbonon

31 Agosto 2022
“Amateci così come siamo.” L’incontro con Grégoire Ahongbonon

Tanti applausi e volti commossi all’incontro di giovedì 25 agosto tra gli ospiti delle strutture Domus Coop per la salute mentale e Grégoire Ahongbonon, fondatore dell’Associazione San Camillo de Lellis che si dedica alla cura delle persone con disturbo mentale in Africa.

Paola Casara e Rosaria Tassinari all'incontro in Domus Coop

In apertura Angelica Sansavini, presidente Domus Coop, ha salutato tutti i partecipanti ricordando che “oggi nel laboratorio San Riccardo e a Lavoro Con non si lavora: è una giornata di festa per i nostri ragazzi”. Ha poi salutato gli assessori di Forlì Paola Casara e Rosaria Tassinari, “che rappresentano quelle istituzioni che in questi anni sono state compagne di cammino per noi”. Ha quindi passato la parola a Laura Tisselli, Responsabile Area Disabilità Psichica della Domus Coop, che ha introdotto gli interventi degli ospiti delle strutture Domus dicendo che “il modo migliore per spiegare quello che facciamo è far raccontare la loro esperienza alle persone che lavorano qui”.

i ragazzi del Laboratorio San Riccardo all'incontro Gregoire

Il microfono è passato ad Albina Crispino, responsabile del Laboratorio San Riccardo, che ha sottolineato come “la testimonianza di Grégoire riguarda un tema che ci sta a cuore e caratterizza il nostro agire quotidiano; ci dà l’opportunità di riflettere su come viene vissuto il laboratorio”. Ha quindi chiamato a turno i ragazzi che, uno dopo l’altro, hanno raccontato la loro esperienza. Dai loro interventi sono emersi bisogni e desideri comuni a tutte le persone, come “stare in un ambiente in cui mi sento accolto”, “svolgere attività che mi piacciono e non essere sola”, “conoscere nuove persone e accettare le diversità”, “sentirmi voluto bene e aiutato”, “lavorare come in una squadra”. Il lavoro in cooperativa li ha portati a imparare che “bisogna darsi da fare nella vita per raggiungere nuovi obiettivi”, “è importante mantenere la calma quando si lavora perché c’è sempre qualcosa che non conosciamo” e “ogni cosa ha un valore, essere in compagnia aiuta a scoprirlo”.

Elisa Valentini di Lavoro Con e Gregoire Ahongbonon

È quindi intervenuta Elisa Valentini per presentare Lavoro Con, la cooperativa di tipo B che fa inserimento lavorativo per i ragazzi del Laboratorio San Riccardo. Elisa si è soffermata sul lavoro con realtà esterne alla cooperativa: “ha favorito la crescita sia sul piano aziendale, sia su quello personale dei lavoratori di Lavoro Con. La cooperativa non la intendiamo più solo come un punto di arrivo, ma anche come un punto di partenza verso contesti lavorativi meno protetti”.

La testimonianza di Grégoire Ahongbonon

il pubblico dell'incontro con Gregoire

Grégoire si è detto “veramente felice e ancora più emozionato di voi, si vede la partecipazione di tutti”. Ha proseguito dicendo che “stamattina sono con voi per condividere un’esperienza che è più forte di me, supera me stesso. Sono originario del Benin e non sono né un prete, né un medico; non ho nemmeno frequentato molto la scuola: sono niente. Quello che ho imparato come lavoro è riparare gli pneumatici”. Un lavoro che, una volta approdato in Costa d’Avorio, gli ha permesso di sbarcare il lunario: “A 23 anni avevo già un’auto personale e fino a 4 taxi. Di fronte alla fortuna e ai soldi ho abbandonato Dio e la Chiesa, e ho cominciato a condurre la mia vita come tutti”. Non è durato molto: le sue auto hanno avuto un incidente dopo l’altro e Grégoire ha perso tutto: “Sono stato sull’orlo di suicidarmi e ho cominciato a condurre una vita miserabile. I miei molti amici sono spariti, sono rimasti solo mia moglie e i miei due figli”.

La svolta è stato l’incontro con un prete missionario: “Mi ha accolto e ascoltato, ha cominciato a sostenermi e aiutarmi, fino a portarmi a sue spese in pellegrinaggio a Gerusalemme. Quello che sono oggi è cominciato in quel momento”. Infatti, durante il pellegrinaggio in un’omelia il sacerdote ha detto che “ognuno ha una pietra da portare alla Chiesa”: la frase ha colpito molto Grégoire, al punto che ha cominciato a chiedersi qual era la pietra che doveva portare lui e, insieme alla moglie, ha pensato di formare un gruppo di preghiera.

“Una volta, andando in ospedale a pregare con i malati, abbiamo visto delle persone sofferenti abbandonate a se stesse in una stanza sudicia. Dovete sapere che in Africa non c’è assistenza sanitaria: se siete malati e non avete i soldi, nessuno vi cura. In quel momento abbiamo capito che la prima cosa da fare era manifestare loro la nostra amicizia lavandoli e trovando i soldi per curarli. Alcuni hanno cominciato a ristabilirsi e quelli che morivano, almeno morivano dignitosamente. Allora ho cominciato a capire perché Gesù si è identificato con i poveri e i malati.”
In maniera miracolosa gli affari di Grégoire hanno ripreso ad andare bene, ma i soldi guadagnati non servivano più per acquistare altre auto, ma per prendersi cura del prossimo “come quel prete aveva fatto con me”.
Oltre ai malati hanno cominciato a visitare i carcerati e a prendersi cura dei bambini di strada, dei lebbrosi e di altre persone in difficoltà.

È solo nel 1990 che Grégoire incontra un malato di mente: era nudo e frugava nella spazzatura. “Fino ad allora li vedevo ma non li guardavo, quella volta mi sono fermato e ho cominciato a chiedermi: il Gesù che vado cercando in chiesa è lo stesso che soffre dentro questo malato? Ma se è Gesù che soffre in lui, cosa c’è da avere paura? Dovete sapere infatti che in Africa chi ha problemi psichici è considerato posseduto, un rifiuto umano, e viene isolato dalla società. Da quel giorno, io e mia moglie abbiamo cominciato a preparare da mangiare per loro e a consegnarglielo ogni sera.”

Gregoire Ahongbonon con le catene usate per incatenare i malati di mente

La scoperta più dolorosa è stata trovare un malato di mente incatenato: “Io non sapevo che si incatenassero le persone, nessuno lo sapeva: per me è stato uno shock enorme! C’era un giovane incatenato come Gesù sulla croce: i piedi bloccati in un tronco e le braccia legate col fil di ferro, completamente in cancrena. Solo in due tempi siamo riusciti a liberarlo, per poi lavarlo e medicarlo. Le sue prime parole sono state: ‘Non so come ringraziare Iddio e come ringraziare voi, non ho la minima idea di cosa abbia fatto per meritarmi questa sorte dai miei genitori. Posso ancora vivere?’ È morto poco dopo, ma dignitosamente, come un uomo”.

Da allora Grégoire e i suoi amici hanno iniziato a perlustrare i villaggi scoprendo numerose persone malate di mente incatenate con vari metodi: “All’inizio non sapevo cosa fare: gli ospedali psichiatrici sono pochi e chiedono molti soldi; inoltre la gente ha paura, pensa che siano aggressivi… Non mi restava che moltiplicare i centri per l’accoglienza, la cura e la distribuzione di farmaci. Ne ho aperti vari in Benin e in Costa d’Avorio. I pazienti guariti vengono formati e diventano i direttori, i medici, gli infermieri dei centri. In ogni centro ospitiamo fino a 300 persone: capite perché dico che quello che vivo è qualcosa di più forte, di più grande di me”.

Quello che vi chiedo è pregare per noi. Dove abbiamo costruito i centri hanno smesso di incatenare le persone, ora le mandano a noi. Questo significa che è possibile cambiare le cose. Ma non abbiamo alcun sostegno dalle autorità, viviamo di Provvidenza: ci sono persone che ci aiutano e occasioni come oggi mi donano molta forza! Vorrei dire grazie a tutti quelli che vi accolgono e a tutti i responsabili: siate felici! Dio vi renderà il centuplo.”

Grégoire conclude con una raccomandazione: “Amateci così come siamo. È vero, noi siamo limitati, non abbiamo sempre tutte le energie per essere come gli altri, ma per quel poco che possiamo fare, aiutateci così.”

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